Inaugurazione anno scolastico 2013/2014

Palazzo Cutò, Bagheria

1 ottobre 2013

Ricomincia la scuola, come ogni anno. Un rito che si rinnova, una pratica che è entrata parimenti nelle nostre abitudini e nel nostro immaginario da quando, nel lontano 1861 il neonato Regno d’Italia con la Legge Casati (che porta il nome di un rivoluzionario milanese poco più che ventenne ai tempi dei moti del 1820-21, podestà di Milano durante i  moti del 1848, poi esponente di punta del liberalismo moderato) si introdusse il principio della obbligatorietà e della gratuità del primo ciclo delle elementari. Da allora molto è cambiato, nella scuola e nella nostra Italia. dice infatti che la Scuola abbia perso il proprio prestigio e la propria centralità formativa- e che questo sia un processo irreversibile. Noi studenti ci chiediamo: è possibile rimproverare ai giovani e alla scuola di non crescere in maniera virtuosa se vivono e apprendono in un contesto dove gli adulti scarseggiano, dai governanti ai governati? Se nell’esperienza di tanti giovani gli adulti sono di fatto assenti, semplicemente assenti, irrilevanti, inutili, incapaci di dialogo perfino con se stessi? Sono maturi i nostri governanti, i nostri santoni, i nostri divi? Sono forse maturi, i genitori d’oggi? Ci chiediamo: è colpa della Scuola, è colpa dei giovani questo stato di cose?

L’art. 3 della nostra Carta Costituzionale dice “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. Queste parole oggi possiamo leggerle in polemica con il presente, diceva già negli anni ’50 del secolo scorso un autentico padre della patria come Piero Calamandrei, perché la Carta Costituzionale riconosce che quegli impedimenti ci sono e che è compito di noi tutti rimuoverli «E’ compito della Repubblica di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana: quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare una scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di uomo. Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell’art. primo ’L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro’ - corrisponderà alla realtà». Nei lavori dell’Assemblea Costituente che portarono alla stesura degli articoli 33 e 34 della Carta Costituzionale la scuola fu definita come un diritto fondamentale del cittadino e, più precisamente, come un diritto politico, non semplicemente sociale.  Perché la scuola “non è un servizio sociale…ogni cittadino, come spiegò bene Piero Calamandrei, ha bisogno di conoscere per avere l’opportunità di decidere ragionevolmente. Andare a scuola non è un diritto ma anche un dovere (almeno negli anni dell’obbligo scolastico),proprio perché la cittadinanza è un potere il cui esercizio dovrebbe essere svolto da tutti con responsabilità e cognizione. La scuola pubblica non è stata istituita con lo scopo di irreggimentare il pubblico (questo fu il modo in cui il fascismo interpretò il senso dell’istruzione pubblica), ma per rendere possibile la formazione dei cittadini democratici, capaci di fare scelte autonome” (Nadia Urbinati).

 

Per affrontare le grandi sfide del nostro tempo, il tempo della crisi, bisogna che la scuola torni ad essere un luogo di elaborazione e costruzione: non soltanto di saperi frammentari e “disciplinari”  che servono per utilizzazioni tecniche, ma di un pensiero che metta al centro la condizione umana. Un pensiero che integri le nostre conoscenze per indirizzare le nostre vite. È la scuola il luogo naturale di questo  pensiero, un luogo dove insegnamento e apprendimento sono due facce della stessa medaglia. « Insegnare seriamente è toccare ciò che vi è di più vitale in un essere umano. E’ cercare l’accesso all’integrità più viva e più intima di un bambino o di un adulto. Un maestro invade, dischiude, può anche distruggere per purificare e ricostruire. Un insegnamento scadente, una pedagogia di routine, uno stile di istruzione che è, consapevolmente o meno, cinico nei suoi obiettivi meramente utilitari, sono rovinosi. Distruggono la speranza alla radici. Un insegnamento di cattiva qualità è, quasi letteralmente, un assassinio e, metaforicamente, un peccato. Immiserisce lo studente, riduce a grigia inanità la materia insegnata. Insinua nella sensibilità del bambino o dell’adulto il più corrosivo degli acidi, la noia. Un insegnamento morto, esercitato dalla mediocrità forse vendicativa di pedagoghi frustrati, ha ucciso per milioni di persone la matematica, la poesia, il pensiero logico.»

 

Siamo lieti perciò, di affidare, anche quest’anno, questa speranza alla scuola e ai nostri maestri. Vogliamo da essi non soltanto “saperi” disciplinari e circoscritti, ma una decisiva sensibilizzazione a quel sapere globale e non negoziabile che è la sensibilità e il rispetto per la condizione umana nella sua complessa diversità, come anche la Carta Costituzionale ci indica. Sappiamo che molta della nostra futura sensibilità per la condizione umana potrà passare dalle loro parole, dai loro gesti, dal loro lavoro, oggi tanto bistrattato. Forse mai come in questi anni la cultura è stata uno strumento centrale del dominio sulle coscienze ma anche un aspetto fondamentale della nuova economia; mai come oggi la cultura è  stata negata alla crescita degli  individui e della democrazia; mai come oggi la cultura è diventata segno di esclusione invece che di inclusione, solidarietà, comunità. A una scuola dell’inclusione  bisogna affidare l’unica reazione possibile a tutto ciò: il coraggio di una visione globale, di una cultura che abbia come obiettivi l’uguaglianza nell’equilibrato riconoscimento dei bisogni e dei meriti, l’equilibrio delle risorse nel rispetto della natura, la convivenza e la solidarietà tra simili e diversi, e infine “l’amore per il prossimo”, cardine sul quale la porta dell’Occidente ha girato negli ultimi duemila anni e sul quale, forse, può continuare a girare nel futuro prossimo.

 


the attachments to this post:

inizio_anno_2013_07
inizio_anno_2013_07


Comments are closed.